Cambiare, tutto.

Si parla molto, in questi giorni, anche di salute mentale. Si affrontano le emergenze, come meglio si può, e si immaginano scenari futuri di aiuto alla persona che facciano i conti con possibili restrizioni all’interazione personale. Si immaginano (molti già lo fanno) consulti telefonici o comunque variamente mediati dalla tecnologia.

La società, su queste pagine lo si è detto più volte, è costruita anche per fornire sicurezza. Ovviamente, in primis, si tratta della sicurezza di chi detiene il potere: storicamente ciò che oggi conosciamo come società si è proprio evoluto a partire da una stringente serie di norme emanate da un uomo solo al comando, le quali, appunto, possedevano precisamente lo scopo di impedire ad altri di impadronirsi di quel potere. Il discorso sarebbe certamente molto ampio, ma limitiamoci ad un aspetto soltanto: la donna e l’uomo sono animali che nascono all’interno di una costruzione sociale già pronta, operativa, estremamente ordinata e dotata di una enorme capacità di ordinare.

In questo periodo, l’insieme dei significati cui eravamo abituati, ha subito delle modifiche rilevanti. Se la società, dentro di noi, corrisponde ad un insieme di significati, allora la loro variazione comporta che questa società (di oggi) non è più quella società (di ieri): il sistema in cui viviamo ora, per dire, non è più lo stesso in cui vivevamo a maggio del 2019.

I significati cambiano, cambia l’organismo-società, ma la nostra mente, la quale “abita” virtualmente ancora il vecchio organismo-società, subisce un contraccolpo. Siamo pesanti, siamo ancorati, siamo immersi in una realtà mentale che il sistema in cui siamo nati ha costruito dentro di noi, facendoci immaginare che tutto quanto possegga una intrinseca solidità. Magari una rincuorante eternità?

Non è vero niente.

La psicologia, magari, potrebbe sfruttare questa occasione per ripensarsi e ripartire proprio da qui.

Photo by Артём Мякинник on Unsplash

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