Quando la luna sorge sul cuore.

Quando la Luna sorge sul cuore, dove va il maestro del mio essere?

Si tratta di un interrogativo dotato di un intento ben preciso. La Luna che sorge sul cuore è la morte, il maestro dell’essere è l’essenza cosciente, ciò che rende ciascun senziente un punto di vista dell’Universo su sé stesso. 

Potremmo grossolanamente tradurre (ogni traduzione, un po’ grossolana, lo è sempre) il nostro quesito con uno nuovo, a noi più comprensibile, che potrebbe suonare pressapoco così:

quando il mio corpo finirà, dove andrò?”.

Non è nulla di nuovo. Questa domanda accompagna gli esseri umani da sempre e forse (non ci è dato saperlo) non solo loro. Interrogarsi sulla propria fine pare connaturato alla stessa nostra esistenza, anche se, in varia misura, questo interrogativo oggi sembra più ovattato, inoffensivo e lontano, a volte nemmeno in grado di raggiungerci appieno con la sua intera portata di significato, per certi versi, devastante. 

La ricerca di un senso a qualcosa che finisce. La ricerca di un dopo a qualcosa che termina. La ricerca di un guadagno inscritto nella perdita più radicale.

Il compito non è davvero facile: anche per questo motivo (e non per molti altri), a ben vedere, sono nate le religioni. Non è forse una necessità piuttosto evidente e comprensibile il tentare di creare uno sfondo di senso, una solidità amica e controllabile, che ci possa aiutare in tutta questa incertezza?

Eppure il senso dell’interrogativo, risiede nel suo non avere risposta. Se l’interrogativo fosse un farmaco, diremmo che non può avere alcun effetto se non quello di evidenziare ancor più, ai nostri occhi, la realtà della nostra patologia.

Come fa? Con il silenzio.

La fine delle parole, la fine dei ragionamenti, la fine dei pensieri. Il silenzio. Nel silenzio, si può compiere un passo, fondamentale, che non porta dentro l’interrogativo, ma oltre.

Il quesito, forse lo si può intuire, è privo di senso perché è frutto di una sensazione nata dalla prospettiva sbagliata.

La domanda diviene allora una sorta di zattera o di scala (come direbbe Wittgenstein): una volta utilizzata, la si lascia lì dove si trova.

Questo è il senso dei koan. Quello di cui abbiamo parlato viene citato in un film: “Why has Bodhidharma Left from the East?“, che vi consigliamo di vedere.

Photo by Kyle Johnson on Unsplash

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