Non è colpa tua.

Esiste un’azione apparentemente semplice, ma in realtà molto complessa: il curare.  

Può sembrare paradossale parlare del curare invece che del problema (qualunque esso sarà, di volta in volta) di cui questo si occupa, soprattutto in un periodo di pandemia: con l’occhio lungo della filosofia è davvero possibile compiere ogni tipo di misfatto e di scelta, apparentemente, insensata.

Il curare presuppone uno o più esseri viventi (ci si può curare anche da soli) ed uno stato non ottimale di salute, fisica o psichica, che si sia in grado o si speri di riportare alla sua condizione iniziale, cioè a prima che il problema stesso si presentasse.

Il curare presuppone senza dubbio l’esistenza di qualcuno che debba essere guarito: prima si verifica un problema, cioè il danno, quindi segue la cura, cioè la riparazione. Al termine del processo (a patto che questo abbia successo), il dolore o l’impedimento, di qualunque genere fossero, saranno soltanto un ricordo e la vita potrà ricominciare esattamente come prima. 

Non vi sarebbe alcuna questione da sollevare in questo processo piuttosto lineare. Concentriamoci però ora sul curare proprio della psicologia.

Se una persona si reca dallo psicologo, lo fa perché avverte il suo esistere come più complicato rispetto ad un “prima” in cui tutto andava bene oppure perché vuole migliorare la percezione di se stessa in una specifica area (la socialità, il parlare in pubblico…). Lo psicologo ascolta, se è il caso discute una possibile diagnosi, aiuta, consiglia.

Tutto normale, no? È precisamente quello che ci si aspetta debba accadere.

Ciò che viene però raramente (o mai) rilevato è come non sempre la sede del problema sia interna alla persona, ma come questa possa essere tanto esterna quanto generalizzata. Significa in poche parole che a volte, se una persona sta male, non è a causa di qualcosa che si è “guastato” in lei, ma dipende più nettamente dalla società in cui vive.

Nasciamo come animali in un mondo già costruito, come abbiamo avuto modo di dire precedentemente in un altro articolo. Nasciamo e andiamo a scuola, impariamo e quindi lavoriamo, rispettiamo le tappe, implicitamente imposte. Se qualcosa, anche di minuto, nel nostro aderire a ciò che ci viene chiesto (imparare a leggere ad una certa età, imparare a stare seduti, imparare un mestiere, rispettare regole, orari, codici di abbigliamento, intonazione, accento, buone maniere, rispetto per l’autorità…) per qualche ragione si “inceppa”, allora per la società rappresentiamo un problema ed un problema va risolto.

Fino a dove è “colpa” nostra, fino a che punto la radice della questione che ci fa star male è dentro di noi? Sarebbe bello (e sarebbe il caso) che gli psicologi se lo chiedessero, soprattutto dinanzi ad un aumento costante dell’incidenza della depressione. Certamente la psicologia non può esprimersi rispetto alla gestione politica del paese, ma non è nemmeno piacevole vederla vendere servizi di vario genere alle aziende declamandone il “sicuro” impatto positivo sulla produttività e, quindi, silenziosamente avallando la prospettiva socioeconomica vigente.

Questione delicata. Se stiamo male, pensiamoci: potrebbe non essere qualcosa che dipende da noi. Accettare la società così com’è, non è una imposizione piacevole per tutti.

Photo by Andrik Langfield on Unsplash

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