7Domande: Fiorenza Barbato

Oggi pubblichiamo un’intervista preziosa che ha come protagonista Fiorenza Barbato, una psicologa specializzata in psiconcologia e psicoterapeuta sistemico-relazionale. Durante questo periodo di pandemia la dottoressa ha continuato il suo lavoro, un servizio essenziale.

Dalle sue parole filtrano umanità e sensibilità, qualità che di certo immaginiamo una professionista operante nel campo della mente debba possedere, anche se non è scontato sia così. Facciamo esperienza, attraverso la lettura delle sue risposte, di una realtà che solitamente non si palesa in modo chiassoso, ma che riguarda tantissime persone, pazienti e familiari, i quali ogni giorno affrontano una condizione che promette purtroppo, secondo alcune ricerche, di interessare in futuro fino ad un terzo della popolazione.

1. Dottoressa, grazie per avere accettato il nostro invito. Quando ha deciso che sarebbe voluta diventare una psicologa? Un particolare evento l’ha convinta oppure ha semplicemente avvertito una sorta di “vocazione” ad aiutare gli altri?

L’L’interesse per la Psicologia con il primo approccio alla materia è avvenuto al liceo. La mia professoressa di Filosofia, donna energica, severa, passionale e molto preparata, ha saputo svelare quello che in me aspettava di essere scoperto: la mia personale inclinazione all’”interno”. Da allora mi sono dedicata e appassionata alla conoscenza del funzionamento della mente umana, della dimensione inconscia e allo studio della struttura della comunicazione e delle relazioni. Avevo già deciso la Facoltà Universitaria che avrei frequentato e la strada da intraprendere al fine di dedicarmi alla Psicologia Clinica e diventare Psicoterapeuta. Le mie idee erano chiare fin dall’inizio.

2. La sua specializzazione è la psiconcologia. Lei ha quindi a che fare giornalmente con pazienti che stanno affrontando od hanno affrontato una neoplasia. In che modo l’essere a contatto con eventi tanto severi ha influenzato il suo rapporto con la vita?

Il lavoro dello PsicoOncologo si inserisce all’interno di un’équipe in cui diverse figure prendono in carico e si prendono cura totalmente della persona ammalata sotto l’aspetto medico, psicologico e assistenziale. Nello specifico lo Psicoerapeuta si occupa del supporto psicologico alla gestione della malattia oncologica al paziente, al familiare e al caregiver lungo tutto il percorso di cura: dalla diagnosi di neoplasia solida o del sangue, ai trattamenti, alla fase di follow up e riabilitativa, a quella della terminalità (qual’ ora la prognosi sia infausta). L’obiettivo principale è quello di migliorare la qualità di vita e limitare il rischio si manifestino quadri psicologici complicati e/o psicopatologiche tali da condizionare la vita futura del paziente e della sua famiglia. Il sostegno diviene quindi un elemento che costituisce il trattamento del malato oncologico nel continuum esistente tra corpo e mente,  responsabilità peculiare dello PsicoOncologo.

Tutte le professioni sanitarie indipendentemente dalla specificità convivono quotidianamente con la dimensione del dolore e della morte. Questo pone la condizione nel proprio percorso lavorativo di fermarsi, ascoltare e riflettere sulla “dimensione del senso”. 

Il cancro rappresenta per la persona ammalata, il sistema famiglia e anche il terapeuta una “prova esistenziale”. 

Oramai sono passati 22 anni dal primo giorno che, come tirocinante post lauream, ho varcato la soglia del Reparto di Oncologia con preoccupazione e curiosità, non l’ho più lasciato: studiando, formandomi, facendo esperienza, seguendo il “ciclo di vita” della Struttura che nel tempo si è trasformata, ingrandita e spostata in diversi presidi Ospedalieri. 

Il lavoro costante con gli ammalati e il confronto in équipe ha permesso di maturare oltre alla conoscenza e l’apprendimento del metodo e degli strumenti necessari al lavoro, importanti consapevolezze. Credo fermamente che “sapere” non può prescindere dal “saper essere”. Lo strumento principe rimane il Terapeuta: è necessario quindi per chi studia la psiche passare attraverso la conoscenza di se stessi, della struttura di personalità, del proprio funzionamento delle zone d’ombra e delle risorse, prima di potersi occupare degli altri.

Trascorrere il tempo ogni giorno a stretto contatto con la malattia mi ha dato l’opportunità di maturare gradualmente la consapevolezza della “dimensione del senso”: la ricerca di significato e la possibilità di scelta che contraddistingue e differenzia ogni persona. I pazienti mi hanno insegnato come sia possibile connotare gli eventi in modo specifico e di conseguenza modificare la propria scala valoriale. Apprezzare e godere delle cose semplici ed essenziali, nella consapevolezza che il tempo dato ad ogni uno è prezioso e non eterno. Le relazioni hanno assunto nuova importanza. Ho potuto sperimentare la fragilità umana (sia dell’involucro che di ciò che esso contiene), la dimensione della sofferenza e di “dolore totale. Spesso l’empatia mi ha portato a rispecchiarmi in chi avevo difronte; la malattia infondo ci connette gli uni agli altri e ci rende uguali. 

A distanza di anni continuo a sentirmi una privilegiata nel poter ascoltare e conservare pensieri, emozioni, vissuti, “segreti familiari” e detentrice di una enorme responsabilità. Riscopro ogni giorno la delicatezza di questo lavoro, il valore delle parole e ancor di più della dimensione analogica della comunicazione: uno sguardo, il silenzio, il contatto tra le mani, la richiesta di un abbraccio.

E molte altro… che queste poche righe non riescono a contenere e spiegare completamente.

Molte altre ne imparerò ancora.

3. Come la pandemia ha modificato il suo lavoro in ospedale?

Il SIl Servizio di Psicologia Oncologica ha continuato ad offrire ambulatoriamente a pazienti e familiari sostegno in presenza. In sostanza l’attività è rimasta inalterata rispetto al periodo pre covid, si è svolta con puntualità e qualità delle prestazioni. Naturalmente le persone venivano ricevute con le precauzioni richieste e i dispositivi adeguati per poter mettere in sicurezza pazienti e personale. Per chi invece si trovava in una situazione di notevole fragilità sotto l’aspetto fisico (ad esempio per una piastrinopenia) i colloqui si sono svolti telefonicamente con continuità per tutto il periodo di isolamento. Le consulenze del reparto sono state espletate normalmente, mentre sospese solo le terapie e i training di gruppo.

4. In che modo la privazione della possibilità di relazione sta agendo sui suoi pazienti? Come sente insomma che questo periodo stia cambiando le persone?

I pazienti non riferiscono molti cambiamenti nella gestione della quotidianità e delle relazioni. L’isolamento imposto dal virus ha mantenuto le restrizioni cui erano soggetti precedentemente e che erano in qualche modo imposte dalla dimensione di fragilità creata dalla malattia oncologica e dagli effetti dei trattamenti. Spesso le relazioni sociali si riducono sin dall’inizio del percorso terapeutico, alle volte come meccanismo di difesa attivato dal paziente stesso, molto concentrato su di sè e sulla malattia. Più di qualche ammalato ha raccontato che in questo frangente sono le persone “sane” a comprendere cosa significhi passare il proprio tempo a casa, essere isolati; con la differenza che per loro, pazienti oncologici, c’è anche la dimensione del dolore e della fatica dettata dalla malattia e dalle cure. In questo periodo storico al  familiare e/o al caregiver è richiesta maggiore attenzione nel preservare la salute del proprio caro e maggiore responsabilizzazione (potrebbero fungere da veicolo) nel mantenere comportamenti che mettano entrambi in sicurezza da un possibile contagio. Quindi il familiare potrebbe viversi limitato nelle abitudini e nelle altre dimensioni della vita. 

Nei pazienti in fase avanzata di malattia o debilitati compare un vissuto di paura per il decorso e maggiore senso di precarietà. Il virus potrebbe modificare l’equilibrio, peggiorare il quadro sintomatologico e in alcuni casi portare al decesso. Solo in  sporadici casi ho potuto registrare un pensiero ruminatorio e sempre costitutivo di pregressi specifici tratti di personalità. Nello specifico ogni persona ha avuto delle reazioni differenti in base al carattere, alle sue esperienze e alla capacità di resilienza. I pazienti all’inizio dell’epidemia erano in confusione, bombardati dalle notizie dei media non sempre precise e dotate di fondamento scientifico. Molte erano le domande che venivano poste ai loro medici: se avrebbero potuto continuare a venire in ospedale per sottoporsi regolarmente alle cure; se correvano dei rischi nel venire a fare le visite programmate e gli esami di controllo; cosa avrebbe potuto succedere se si fossero ammalati. Le cose si complicavano per le persone che continuavano ad avere una nuova diagnosi in questo frangete storico.Il personale ha cercato di informare, spiegare (e continua a farlo costantemente) all’utenza che tutto quello che viene fatto ha come priorità la cura della malattia oncologica in sicurezza, obiettivo posto anche nel periodo precedente. Sono considerati comunque pazienti fragili. Le informazioni chiare e precise hanno permesso di comprendere e gestire possibili ansie e paure: nessuno rimaneva e rimane in balia degli eventi. Per ogni singolo caso viene valutato seguendo le linee guida cosa sia meglio fare, bilanciando bisogni, timing e possibili rischi. Devo dire che il clima negli ambulatori, in day hospital e anche in reparto, dopo il primo periodo di assestamento e riorganizzazione, è a tal proposito molto disteso.

5. Esiste una grossa differenza tra l’avvertire il problema coronavirus da comune cittadino, lontano dagli ospedali, e passare invece le giornate all’interno di un ambiente di cura: qual è la sua esperienza a riguardo?

Esistono certamente differenze tra le informazioni veicolate negli specifici ambienti e la loro validità. Una comunicazione funzionale è parte integrante nella gestione dell’emergenza ed è fondamentale per garantire collaborazione e

Esistono certamente differenze tra le informazioni veicolate negli specifici ambienti e la loro validità.

Una comunicazione funzionale è parte integrante nella gestione dell’emergenza ed è fondamentale per garantire collaborazione e partecipazione. La conoscenza va guidata da autorità scientifiche, istituzioni e figure coinvolte nella rete, nei diversi ruoli e responsabilità. 

Il bombardamento mediatico e la molteplicità di fonti informative (tv, stampa, social network) a cui i cittadini sono stati sottoposti in questi mesi hanno creato uno stato di confusione: sono state trasmesse spiegazioni e indicazioni a volte parziali e non sempre attendibili che non trovano spazio nella comunità scientifica. Tutto questo ha causato una sorta di “allarmismo psicologico”, aumentando la percezione del rischio e portando ad una ricerca spasmodica di ulteriori fonti informative, creando cosi una sorta di circolo vizioso non funzionale.

Essere all’interno di un’ambiente di cura cambia radicalmente la percezione del problema e la gestione dello stesso, anche in relazione alla specificità del paziente che accede alla nostra Unità Operativa (il malato oncologico ed oncoematologico) e alle evidenze scientifiche.

In quanto operatori sanitari nei differenti ruoli siamo stati informati rispetto al problema pandemia e  formati dalle singole AULSS e dai Direttori di U.O.. La comunicazione con i nostri ammalati è stata  centrata sulle specifiche esigenze di ogni uno, sulla gestione della patologia neoplastica, la percezione del rischio del contagio e sui comportamenti adeguati da attivare; costruita una rete caratterizzata dalla cooperazione, coinvolgimento e partecipazione responsabile al lavoro d’équipe, che sta dando risultati soddisfacenti.

6. Secondo lei, alla fine dell’emergenza, quali saranno le problematiche psicologiche più frequenti tra i cittadini? Quali Le auspicabili misure da mettere in campo?

Generalmente le persone sono in grado di affrontare e superare le situazioni problematiche e i fattori di stress, anche con un impatto emotivo elevato, grazie alle proprie capacità di adattamento e alle risorse cognitive, oltre che al supporto sociale. Quando questo fatica a succedere spesso emergono dei fattori patogenetici pregressi all’evento traumatico che possono inficiare la funzionalità psichica, le capacità di coping e di resilienza. Compaiono quelli che vengono definiti disturbi post traumatici con sintomatologia specifica e più o meno severa. La letteratura riferisce che, in assenza di psicopatologia in atto, le risposte emotive rispetto ad una situazione traumatica sono associate a dimensioni specifiche rispetto alla fase evolutiva, ai tratti di personalità, al sistema familiare, sociale e culturale di appartenenza. 

I fattori di stress specifici che impattano sulla popolazione sono molteplici: il rischio di essere contagiati e di contagiare; il rischio di deterioramento della salute fisica e mentale dei soggetti vulnerabili (la decisione personale o la difficoltà ad accedere alle strutture di cura, ai servizi di assistenza); lo stress relativo alle misure di protezione come la chiusura delle scuole e la gestione dei figli; l’incertezza della fine della pandemia; i rischi economici. Le conseguenze sul lungo termine per le persone, le famiglie e le comunità potrebbero riguardare il deterioramento della dimensione relazionale, sociale, la stigmatizzazione e l’isolamento (dei pazienti  che sopravvivono e delle loro famiglie). Si evince una maggiore evidenza di sintomi di disagio psicologico: disturbi della sfera emotiva, depressione, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia, e sintomi che caratterizzano il PTSD.

Si sta già configurando come le persone più colpite da stress da pandemia siano quelle che operano in prima linea e non solo all’interno delle strutture di cura: nei diversi ruoli dal medico, all’infermiere, all’operatore sociosaniario, al personale amministrativo, agli addetti alla pulizia degli spazi. La frequente esposizione a fattori di rischio di contagio, il sovraccarico di lavoro, lo stress causato dai dispositivi di protezione, la possibile stigmatizzazione e infine lo stress da burnout legato alla mortalità sembrano essere i fattori da considerare nella possibilità si presenti un quadro psicologico complicato o psicopatologico. 

L’Azienda ULSS 3 Serenissima ha messo in atto alcuni Progetti per prendersi cura degli ammalati di covid, delle loro famiglie e anche del personale. Facendo parte del Team di Psicologi che si occupano del supporto al personale in difficoltà, attraverso uno “sportello di ascolto”, ricevo quotidianamente  operatori sanitari nelle varie figure (medici, infermieri professionali, operatori socio sanitari, amministrativi) che lavorano in “zona rossa” a contatto con pazienti infetti, che raccontano i propri vissuti, pensieri e le loro difficoltà. Il rischio che queste persone presentino problemi di natura psicologica aumenta in presenza di specifici tratti di personalità, quando i disturbi sono preesistenti all’evento stressante, che non fa che acutizzarne i sintomi o farli riemergere.

Gli interventi a lungo termine per qualsiasi evento critico devono avere come obiettivo primario contenere, monitorare  e gestire la situazione di disagio che normalmente si crea, per evitare si trasformi in un vero e proprio disturbo. La sensazione di vulnerabilità e precarietà che solitamente accompagna le persone e la sensazione di perdita di controllo della realtà non è utile rimanga inascoltata, perché non degeneri in un disturbo post traumatico da stress. La condivisione emotiva permette la graduale normalizzazione e attiva un funzionale processo di adattamento.

Gli interventi psicologi a titolo esemplificativo e riassuntivo si possono suddividere in quattro macroaree:

  • Sostegno diretto alle persone che hanno vissuto l’evento;
  • Sostegno psicologico all’elaborazione del lutto anticipatorio e reale in chi ha perso un familiare;
  • Sostegno ai soggetti fragili quali bambini, anziani, disabili;
  • Supporto agli operatori che si occupano dei malati di covid.

Si renderà necessaria una graduale riorganizzazione per promuovere benessere e gestire le risorse.

7. Alla luce di quanto ha vissuto, qual è il suo giudizio sulle misure di contenimento del contagio messe in atto?

Non entro nel merito di ciò che il nostro Governo o le singole Regioni hanno fatto e stanno facendo per contenere la pandemia e sulla modalità di gestione delle varie fasi. Preferisco concentrarmi sull’ambito di lavoro di mia pertinenza.

Nella fase 1 della pandemia il presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto, il Dott. Luca Pezzullo, ha inviato a tutti gli iscritti una lettera molto illuminate che ben dipinge lo scenario attuale. 

Le tematiche trattate mettono in luce la necessità e il bisogno crescente di Psicologia, ma allo stesso tempo lo scarso investimento previsto, con il Decreto Rilancio, degli Psicologi nel Sistema Sanitario Nazionale e nelle Pubbliche istituzioni. 

Questo impone una profonda riflessione rispetto alla valorizzazione e alla tutela che necessita la professione. Spesso alla crescente domanda si risponde con il volontarismo non retribuito e, non me ne voglia qualche collega, al “mettersi in gioco” e a servizio in contesti che richiedono invece una responsabilità professionale, specifica e una rigorosa preparazione.   

 

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