È normale perché lo fanno tutti.

Normalità e consuetudine sono termini finemente intrecciati. Tutto ciò che nel nostro comportamento è “normale” solitamente corrisponde alla “consuetudine” e viceversa. Un tempo era accettabile picchiare i bambini, usare un orologio da taschino, fumare a teatro. Il confine del socialmente accettabile ha mano a mano, in ogni società, cultura ed epoca, modificato le sue linee, smussato i suoi angoli.

Sempre “in meglio”? È difficile rispondere: a volte un “meglio” ed un “peggio” sono manifesti, soprattutto se coinvolgono la sofferenza od i diritti di altri esseri umani (per gli animali la situazione è molto più complicata: operiamo mille distinguo, principalmente a seconda di ciò che ci serve), a volte semplicemente non si tratta di un problema etico, ma ad esempio dell’utilizzo di alcuni termini di una lingua.

In certe occasioni poi l’argomento del dibattere è invece più articolato, non esistono cioè apparentemente un comportamento “giusto” ed uno “sbagliato” rispetto ad un certo aspetto del vivere e la “normalità” in questione diviene una zona grigia all’interno della quale il sentire e gli interessi sono così diversificati (e contrastanti) da rendere accettabile quasi qualunque tipo di approccio.

È qui che solitamente iniziano i guai.

“Normale” identifica un comportamento corretto, buono. Se “normale” è il prodotto di una “consuetudine” allora significa che una certa azione è socialmente accettata perché tutti agiscono in quel modo. Potrebbe allora trattarsi di un comportamento errato ma generalizzato, accettato solo perché riconosciuto alla stregua di un “peccato comune”? Certamente. Ma allora su che cosa basiamo il nostro giudizio rispetto ad un comportamento?

Quante sono le azioni che compiamo solo perché anche gli altri lo fanno? Quante quelle sulle quali non abbiamo riflettuto?

Riusciamo ad identificare una azione “normale” che abbiamo in qualche modo adottato senza aver mai davvero pensato a cosa effettivamente comporti?

Se ne avete voglia, provateci. Sembra incredibile (e forse lo è) ma le vere rivoluzioni iniziano da questo genere di quesiti: se il mondo non ci piace, iniziamo a pensare molto concretamente a che cosa vorremmo che cambiasse ed iniziamo a farlo noi stessi, magari coinvolgendo le persone che abbiamo accanto.

Photo by Natalie Ng on Unsplash

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