Christa Pike: accogliere l’ambivalenza

Christa Pike: accogliere l’ambivalenza

Christa Pike è colpevole, accertata, di tortura ed assassinio di una ragazza; il fatto è avvenuto più di trent’anni or sono. Pochi giorni fa, condannata a morte, ha subito due iniezioni letali che avrebbero dovuto ucciderla, ma la procedura non ha avuto successo e la donna è stata portata in ospedale, dove è stata paradossalmente curata.

La condanna a morte è la realizzazione dell’impotenza dello stato che la esegue visto che questo, per punire un omicida, ricorrendo alla medesima azione di fatto la legittima.

Nell’agire dello stato, in altre parole, non si ravvisano l’inaccessibilità, l’indisponibilità dell’uccidere come processo e della morte come soluzione, ma questi divengono scelta possibile, anzi prevista, stabilita. L’assassinio è gestito, reso procedura, convertito in un algoritmo: modi, tempi, ordine, persino pulizia preventiva e successiva. La morte legale si fa impersonale, igienica, essenziale, asciutta, nel tentativo di depersonalizzarla. La colpa della reazione è rarefatta, distribuita su milioni di persone.

Dopo la sentenza, negli USA, il condannato può attendere decenni per morire. Un tempo lungo spesso più della sua stessa esistenza prima del delitto. Si sta allora uccidendo la medesima persona od una persona diversa?

La psicologia, come del resto il Buddhismo, parlano di una certa inconsistenza riferita al nostro concetto di “io”. La memoria sembra tenere unite molte tessere differenti, stati di coscienza irripetibili ed assolutamente momentanei, in una lunga collana che idealmente percepiamo come un continuum, dalla culla alla tomba. Ma siamo sempre davvero “noi”?

Se così non fosse, chi stiamo davvero uccidendo in luogo di chi ha commesso l’omicidio? Questo è solo il primo interrogativo piuttosto complesso a cui possiamo facilmente giungere se pensiamo alla vicenda di Christa Spike ed il secondo non è meno rilevante: quali sono le condizioni che hanno condotto ad un evento?

La vita di Christa Pike, come bimba e ragazzina, è stata flagellata da violenze brutali: possiamo tenerne conto quando pensiamo alla sua vicenda? No, non possiamo, perché siamo cittadini e soprattutto non può farlo la famiglia della sua vittima, ma deve farlo lo stato.

Lo stato è il luogo dove l’ambivalenza deve abitare: da un lato riconoscere la colpa ma dall’altro negarla. Riconoscerla perché vi è una vittima, perché una vita è stata, oggettivamente, distrutta. Negarla perché se il libero arbitrio non è assolutamente libero, allora si tratta di un arbitrio condizionato e le condizioni, le alterazioni, le flessioni rispetto alla linea decisionale ideale vanno riconosciute, studiate, comprese. Guarite.

Christa Pike ha ucciso perché ha voluto farlo e non ha ucciso, perché in condizioni diverse – forse o probabilmente – non avrebbe voluto farlo, insieme, senza che vi sia possibilità della negazione di uno solo dei due corni dell’aporia. E’ nello stato che deve realizzarsi la possibilità dell’ambivalenza, è nello stato che questa deve trovare rifugio, è lo stato che deve prendersi cura di ciò che è ulteriore rispetto alla logica del dolore della vittima: il dolore del carnefice.

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