La Sindrome del Semaforo

La Sindrome del Semaforo

“Italia è un’espressione geografica”, Klemens von Metternich non pareva avere dubbi a riguardo, quando pronunciò questa frase. Ovviamente intendeva “soltanto” un’espressione geografica, evidenziando una negazione alle aspirazioni di Casa Savoia rispetto all’ottenere un paese unito, tra gli altri aspetti, sotto il profilo del senso di appartenenza, di comunità. Ad osservare la situazione odierna in effetti non si può non avanzare qualche dubbio o sulla residua reale possibilità di ottenere una qualche forma di stato unitario oppure, almeno, sul fatto che il processo fino ad ora possa non essere stato governato con senno e capacità.

Ci si trova innanzi a spaccature profonde, sociali, economiche e culturali, non individuabili in qualunque altro stato d’Europa che permettono a mio avviso di definire l’Italia non uno stato, ma un quasi-stato. Un unicum nel panorama europeo, senza ombra di dubbio. A chi attribuire la messe di errori di gestione che ha provocato un tale sfacelo? Troppo facile prendersela con i governi della parte avversa: c’è stato (o almeno ci sarebbe stato) tutto il tempo per rimediare.

Ricordo i dialoghi con il compianto prof. Giordano Pieretti, anni fa, il quale individuava proprio nella Costituzione Italiana il principale ostacolo allo sviluppo ed alla maturazione del paese. Forse aveva in qualche modo ragione? Non lo so, non mi occupo di leggi, posso solo constatare, dati alla mano quanto ho già affermato qui sopra. Certo è che mi pare manchino delle vie privilegiate per coinvolgere l’elettorato (vi è solo la possibilità del referendum abrogativo, giusto per dirne una, che in più prevede il quorum) e che questo si trascini più o meno stancamente alle urne, facendo fatica a deglutire certi propri guizzi in avanti, dopo che questi vengono abilmente resi inoffensivi dalla retorica, dalle lungaggini, da abili deragliamenti religiosi e forse dalla Costituzione stessa.

Se si trattasse di un paziente, probabilmente diagnosticherei al quasi-paese Italia la “Sindrome del Semaforo”, rischiando di creare una nuova patologia sulla carta, cosa che non mi è mai piaciuta. Eppure è tutto già lì, nella bandiera: un verde che dice “vai!”, “corri!”, “non ti fermare!” ed un rosso che però, severo, intima un “alt!”, ribadisce un “no!”, un “non si passa!”. E allora non resta che sentirsi disarmati del proprio fervore, con le idee che un po’ si logorano, un po’ cadono, un po’ scivolano fuori dalle tasche mentre ci si ristora, dopo tanta fatica, su di una panchina al parco.

Resta un bianco sentore di vuoto, un niente che eppure profuma di casa e di cose che non si possono cambiare. Di inevitabilità, di destino. Tutto resta sempre uguale, per quanto si urli, si strepiti; tutto prima o poi viene bocciato da un “buon senso” comune. Si aspetta. Si invecchia.

Una strana democrazia, dopotutto, è quella che si comporta come un genitore che domanda ai figli, ma che poi fa esattamente come desidera, come si è sempre fatto. Allora l’illusione del cambiamento è il contentino, è il modo per tenere tutti insieme, tranquilli. Poi cambierà, ma non ora.

D’altra parte viene poi da chiedersi se questo non sia in fondo il destino di un paese che è divenuto un quasi-paese anche dal punto di vista economico: chi non ha più la possibilità di scelta sulla propria economia (a causa del suo indegno debito) non è più davvero libero, da ben prima di accorgersene.

Come non capire allora la diaspora di chi non sopporta più tutto questo? Un paese immobile dal punto di vista etico, incapace di investire seriamente in cultura e diritti umani… non quale futuro, ma quale presente può garantire? Essere nati in un certo luogo, non può divenire una condanna.

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