Doom Scrolling, la mole dell’incompiuto

Doom Scrolling, la mole dell’incompiuto

“Quanto tempo passi a fare scrolling sullo smartphone, ogni giorno? Fammi una media.”

“Non so… potrebbero essere… non saprei.”

“Diciamo un’ora?”.

“No… di più…”.

Non è un tipo di conversazione che mi capita raramente di affrontare. La questione del doom scrolling, ovvero l’abitudine di scorrere con il pollice i contenuti offerti da diverse applicazioni per smartphone, sta piuttosto rapidamente assumendo le caratteristiche di una dipendenza per una grande moltitudine (a giudicare dalla mia esperienza personale, ma anche dagli articoli di diversi giornali specializzati e non) di persone di ogni età. Se di dipendenza si tratta, potremmo provare a tracciare un paio di confini attorno a due specifici concetti che della dipendenza sono propri: le ragioni alla base della ricerca di un determinato effetto e il che cosa si perde, che cosa si offre in cambio, volenti o nolenti, per ottenere l’effetto ottenuto.

Trattando solo della dipendenza da doom scrolling, potremmo immaginare che la mente di una persona immersa nella società in cui siamo costretti a vivere – indipendentemente dai nostri desideri, visto che ci siamo nati e non l’abbiamo scelta, ma a diverso titolo vi cooperiamo – possa avvertire un certo livello di oppressione o confusione. Quest’ultima potrebbe essere causata da diversi fattori: aspettative dei familiari, proprie o della società per l’età o lo status attuale; difficoltà scolastiche o lavorative percepite come poco aggirabili; situazioni in cui l’impotenza propria si fa percepibile o se ne rilevano gli effetti; senso di vuoto. La mente desidera pace, prima di ogni altra cosa. Questo desiderio spesso equivale al non pensare, il che può rievocare l’idea di meditazione. Forse una similitudine tra doom scrolling e meditazione esiste: in entrambe queste attività si prova un senso di pace; i pensieri si fanno rarefatti. Eppure la differenza è violenta: nella meditazione un atto volontario, il sedersi, pone il corpo in una condizione di non-azione, di immobilità e la capacità interiore di focalizzare e mantenere l’attenzione realizzano una libertà del soggetto. Nel doom scrolling gli occhi divengono una porta spalancata all’altro, in questo caso un algoritmo, il quale come un’alluvione invade e travolge il dipanarsi dei pensieri dell’individuo, impedendone l’attualizzarsi: si tratta allora del contrario esatto della libertà ovvero del non aversi più a disposizione, ma dell’essere dispositivo dell’altro, non libero fruitore delle esperienze, ma parte immobilizzata e cosciente di un circuito atto a produrre sequenze di immagini con lo scopo dell’arresto della libera attività mentale, della stasi.

Continuiamo a fare fino a che non abbiamo finito di fare. Ce lo hanno sempre insegnato, fin dall’asilo – anche questo non lo abbiamo scelto, è sempre la società. Il “finire” provoca un certo grado di soddisfazione: è compimento ed in fondo assoluzione dal compito stesso, dal dover fare. È fine del dovere, è inizio del “tempo libero” e “libero” da cosa se non dalla costrizione? Il doom scrolling è un fare che punta allo scorrere di un qualcosa, per arrivare al suo basso, come fosse un enorme rotolo di carta sul quale altri hanno scritto – molto – per noi. Scorriamo per arrivare al fondo, per terminare eppure qualcuno ha tolto la fine al nostro rotolo, di modo che il nostro fare non abbia termine.

Possiamo smettere di fare qualcosa che non abbiamo finito? Dovremmo essere capaci di chiederci questo e di essere certi di poter rispondere affermativamente prima di correre il rischio che il nostro pollice – e la nostra stessa esistenza – rimangano incollati ad un piccolo schermo che ci ricorda come ci sia ancora da fare o da vedere. Ecco che il “rotolo infinito”, diviso in pezzi piccoli e innocenti a sufficienza da suggerire che ciascuno di loro prometta di trattenerci solo per un altro poco, diviene un rifugio.

Fino a che siamo catturati ed il flusso delle immagini invade la non-più-nostra-mente, siamo paradossalmente in qualche modo al sicuro: viviamo il limite infinito dello “sto per finire”, dello “sto per iniziare a prendermi cura delle questioni che mi riguardano”. Quelle questioni mi spaventano, magari mi fanno sentire impotente e di conseguenza mi fanno sentire inadatto, impotente, inadeguato. Stare senza far nulla, a guardare il soffitto magari, mi farebbe avvertire tutto il peso del “non far nulla”, potrei definirmi allora “pigro” o altrimenti. Invece grazie al doom scrolling posso abitare – virtualmente per sempre – il limite di ciò che precede l’inizio, almeno fino a che tutto il tempo della giornata che mi avrebbe richiesto una certa azione sarà trascorso e, di conseguenza, tutto dovrà forzatamente essere rimandato al giorno successivo, quando un altro po’ di peso si sarà aggiunto per forza di cose alla mia convinzione di non potere realizzare ciò che devo.

Si tratta di un meccanismo spaventoso, troppo poco indagato e di fondo non ancora molto affrontato. Questa dipendenza non provoca che infelicità, impotenza, perdita del proprio tempo di vita. E’ disponibile a tutti, capillarmente e non richiede l’esborso di danaro. Eppure a suo modo plasma, crea l’umano, il quale ha l’illusione di scegliere e quindi del proprio potere, mentre lo perde completamente.

Rispondi